Francesco Gioli | Vita e opere

Francesco Gioli (San Frediano a Settimo, 1846, Firenze 1922)

Primogenito di una famiglia benestante, studiò presso l’Accademia di Pisa con A. Marianini, allora direttore della scuola, tra il 1860 e il 1862; da tali insegnamenti si orientò, secondo le indicazioni del gusto locale, verso la pittura di carattere storico di tradizione tardoromantica, ancora chiusa alle nuove istanze della ricerca naturalistica. Morto improvvisamente il maestro nel 1863, il G. decise di perfezionare i suoi studi artistici e di seguire all’Accademia di belle arti di Firenze gli insegnamenti diAntonio Ciseri e di Enrico Pollastrini. Esordì nel 1868 a Firenze con il dipinto Carlo Emanuele di Savoia scaccia l’ambasciatore spagnolo don Luigi Gaetano ambasciatore di Filippo II (ripr. in Winspeare, p. 60) ed espose successivamente l’opera a Pisa, in occasione di una mostra di ritratti di A. Lanfredini tenuta presso l’Accademia di belle arti; nel 1869 venne quindi premiato a Pistoia con lo stesso quadro, che risulta essere un palese tributo alle ultime opere di Marianini, nonché alla maniera patetica e pittoricamente contrastata con la quale il maestro Pollastrini affrontava il tema di storia, e riscosse un discreto successo. In particolare vennero apprezzate dalla critica contemporanea locale l’efficace orchestrazione dell’ambiente e la capacità del giovane artista di “infondere un poco più di vita nei soggetti che rappresenta” (Gazzetta di Pisa, 13 febbr. 1869). Dopo tale conferma, seguì un periodo di travaglio e di transizione, di cui serbano traccia alcuni quadri come Alfieri visita Goldoni e Goldoni visita Gian Giacomo Rousseau (ripr. in F. G. e la sua opera, p. 9). In queste opere, abbandonata la vena di soggetto storico, l’artista si lasciò attrarre dalla moda del quadro di genere ambientato nel secolo XVIII, tema che stavano diffondendo G. Boldini o i pittori seguaci del cosiddetto “stile Fortuny” e come andava tentando anche il veneziano F. Zandomeneghi, amico caro dell’artista, poco prima della sua partenza per Parigi.

Nel 1870 all’Esposizione nazionale di Parma, il G. ottenne la medaglia di bronzo per l’opera Angelus Domini (ubicazione ignota). Nello stesso periodo entrò in contatto con la galleria d’arte del conte Luigi Pisani, nata a Firenze a sostegno degli artisti espositori alle Promotrici e divenuta presto punto di riferimento privilegiato per l’alta borghesia fiorentina e straniera che faceva capo al capoluogo toscano. L’artista cominciò quindi a manifestare altri indirizzi di ricerca, cercando nuovi spunti nell’osservazione e nello studio appassionato della natura e lasciando il metodo accademico per confrontarsi con le ricerche del movimento macchiaiolo. Nel 1874 dipinse infatti Un incontroin Maremma (Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, acquistato direttamente dall’artista nel 1912), esposto l’anno seguente al Salon di Parigi, occasione che valse al G. la prima opportunità di visitare la grande città francese in compagnia degli amici G. Fattori, E. Ferroni e N. Cannicci.

L’olio su tela, di dimensioni assai impegnative (cm 135 x 83), si presenta come una scena campestre che raffigura l’incontro di una coppia di pastori e alcuni contadini su un carro, sullo sfondo di una piana vasta e desolata: l’insieme si impone per il rigore compositivo, per l’incisività del segno, pur nella ricchezza dei particolari realistici, e segna definitivamente l’abbandono della maniera giovanile del pittore verso esiti di dichiarato naturalismo.

Il viaggio a Parigi alimentò nuove curiosità nel G. che, in un mese di soggiorno, denso di visite e di incontri, scoprì l’arte francese contemporanea e “tutta l’arte del 1830, che più ci interessava”, come l’artista stesso dichiarerà nella presentazione autobiografica scritta per la Biennale di Venezia del 1914 (p. 111); da tali suggestioni, dalla intensa amicizia con D. Martelli e dai soggiorni estivi in compagnia di altri pittori macchiaioli nella tenuta di Martelli, presso Castiglioncello, il G. trasse le indicazioni per dedicarsi completamente a soggetti di paesaggio e a scene di vita campestre, tradotti con particolare attenzione agli “equilibri cromatici e luminosi” (Spalletti, 1990). Nacque così un repertorio assai ricco di paesaggi, figure, marine, ritratti, quadri di genere, trattati con eguale spirito analitico e con crudo e risentito accento realistico, risolto per lo più nella tonalità solenne e severa della composizione, secondo indicazioni che all’artista giungevano anche dai pittori J. Breton e J. Bastien-Lepage, internazionalmente conosciuti. Nella produzione matura del G. restano comunque distinti due filoni, il primo legato all’opera di grande formato, ispirata a un’epopea agreste che trova sulla scena nazionale e internazionale affinità e conferme, l’altro ispirato al gusto toscano per il quieto interno borghese di ispirazione intimista. I riferimenti privilegiati del G. appaiono volti, dopo un occasionale interesse per S. Lega, soprattutto a T. Signorini, relativamente all’ambito toscano, e, in ambito internazionale, al belga A. Stevens e al tedesco F.K. Hermann von Uhde, conosciuti ai Salons parigini di quei decenni.

Con un’opera di grande formato come Passa il viatico (Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti) che valse al G. un premio all’Esposizione internazionale di Parigi del 1878, l’artista appare legato alle interpretazioni del naturalismo europeo, soprattutto nella versione solenne e severa di Breton e Bastien-Lepage; mentre in Visita alla balia (stessa ubicazione) o inMatilde Gioli con i figli Gino e Fernanda del 1876 (ripr. in Winspeare, pp. 62, 65) si mostra in linea con le interpretazioni macchiaiole di Lega, amico caro dell’artista che volle anche dedicare a lui e al fratello Luigi due ritratti (Bordini).

A partire dagli anni Ottanta il G. partecipò a numerose esposizioni sia in Italia sia all’estero: nel 1883 espose a Roma il dipinto Passa la processione (Roma, Galleria nazionale d’arte moderna) e nel 1885 a Londra, presso la Royal Academy, Ai campi di giugno (ubicazione ignota), con cui ottenne una medaglia d’argento all’Esposizione universale tenuta in questa città nello stesso anno; nel 1887 presentò a Venezia Le boscaiole di San Rossore, poi esposto a Perugia e quindi venduto in Egitto (Winspeare, p. 69).

Nel 1888 fu nominato professore all’Accademia di belle arti di Bologna e l’anno successivo a quella di Firenze. Parallelamente all’attività didattica e alla ricerca condotta sulle grandi dimensioni, il pittore manifestò anche una produzione di studi dal vero, condotti nel breve spazio di una tavoletta, assai vicini per scelte stilistiche e per approccio alle realizzazioni analoghe dell’amico Fattori: è in questa dimensione che infatti egli si concentra sulla partitura metrica dello spazio con sintesi felice e intuitiva e sui valori puramente formali della visione, senza preoccupazioni di racconto o di contenuto, come nell’olio su cartone Bilance a Bocca d’Arno del 1889 (Firenze, collezione della Cassa di risparmio di Firenze). Nel 1894 eseguìBabbo ritorna (ubicazione ignota), ispirato alla poesia di G. Carducci Maria la Bionda, e nel 1895 presentò alla I Biennale internazionale di Venezia Pomona, Girotondo e Malinconiaestiva (ubicazione ignota); nel 1896 concluse Fiori di campo, presentato con successo a Firenze alla grande mostra “Festa dell’arte e dei fiori”, acquistata dal re e successivamente donata alla Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti. In tale opera la scena campestre viene risolta con forte accento simbolico, come esplicita il titolo, per l’allusione all’energia morale e fisica della maternità, rappresentata dalla giovane madre con i bimbi in braccio immersa nella natura ridente, ma non edulcorata.

La produzione, incessante, dell’artista continuò con successo anche nel nuovo secolo, con numerose vedute fiorentine qualiLungo l’Arno del 1900 e il Comune fiorentino del 1911 (ubicazione ignota) o dipinti quali Vita a Venezia esposto alla Biennale di Venezia del 1903 e Renaiole esposto alla Biennale del 1907 (entrambi di ubicazione ignota). Sulla scorta di questo crescente successo il grande dipinto Le lanaiole venne acquistato dal re e poi donato alla Galleria d’arte moderna di Venezia. Il G. partecipò alle Esposizioni mondiali di Monaco (1901), di Buenos Aires e di Bruxelles (1910) e alle mostre presso la Royal Academy di Londra del 1901 e del 1913; nel 1909 a Venezia espose Armonie fiorentine, una raccolta di pastelli di ascendenza divisionista subito acquistata dalla Compagnia italiana dei grandi alberghi. L’importante sala personale alla Biennale veneziana del 1914, con ben cinquantatré opere, sancì il successo internazionale del G. svolgendo in maniera antologica il suo percorso stilistico dal già citato giovanile Un incontro in Maremma fino a Ovile eseguito in quello stesso anno e poi donato dall’artista alla Galleria d’arte moderna di Firenze.

Tale opera conclude simbolicamente il percorso dell’artista, che si mostra attratto dalle recenti tendenze divisioniste internazionali attraverso le quali viene interpretato il tema pastorale da sempre coltivato; parallelamente, negli anni estremi, il G. si accostò al filone simbolista realizzando alcune marine con nudi femminili, in sintonia con le ricerche di N. Costa e degli esponenti del gruppo “In arte libertas”.

Gioli morì a Firenze il 4 febbraio 1922.

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