GIOVANNI GIANI: la vita e le opere

giovanni gianiGiovanni Giani (Torino, 1866 – 1936)

Giovanni Giani nacque a Torino l’11 gennaio 1866 da Giuseppe (pittore) e da Giuseppina, figlia dell’impresario P. Giani, benefattore di Giuseppe.

Dal 1881 al 1886 frequentò l’Accademia Albertina, presso la quale il padre insegnava, seguendo il corso di disegno di figura tenuto da E. Gamba e quello di pittura di A. Gastaldi.

Nel corso degli studi venne premiato nell’ambito dei “concorsi annuali”: nel 1885 riportò il terzo premio, medaglia d’argento ex aequo con G. Robba, nella prova di quinta classe di pittura con una Figura istoriata dal vero: Odalisca; nel 1886 vinse il secondo premio, medaglia d’oro di lire 200, al concorso triennale di pittura con una composizione avente per tema unSagrifizio ai tempi dell’Inquisizione (entrambe le opere sono di ubicazione ignota).

Nel 1883 partecipò per la prima volta alla mostra annuale della Società promotrice di belle arti di Torino, dove espose D’ordine superiore (ubicazione ignota); l’anno seguente vi espose Dal vero che, nonostante se ne siano perse le tracce, sembrerebbe testimoniare l’adesione a una ricerca di marca verista. Gian. conseguì una decisiva affermazione nel 1887 quando il dipinto A giornata finita (ubicazione ignota), presentato alla Promotrice, venne riprodotto in cromolitografia sull’Album della Società, e fu acquistato da V. Grubicy.

In quel periodo il G. risulta essere uno dei giovani artisti “di levatura più che dignitosa” la cui produzione pittorica traeva ispirazione “dalle tematiche e dai modi da poco affermatisi nella pittura d’area piemontese: il paesismo verista e la scena di genere moderna, o più raramente in costume, eseguita con perfetta diligenza”; fatto peculiare del panorama artistico regionale nella seconda metà del secolo, e tratto caratteristico dell’arte del G., è l’integrazione tra “paesaggio e figura”, non più intesi come “generi separati ed opposti” (Maggio Serra, 1991).

Per tutti gli anni Novanta il G. si dedicò prevalentemente allo studio del paesaggio e delle popolazioni della vallata d’Intelvi, luogo di origine del padre, del Biellese e della Val d’Aosta. È forse da intendersi come un segnale del suo convinto orientamento, a quel tempo, verso veristiche descrizioni di ambiente, l’episodio relativo al 1890-91, quando il G., avendo partecipato al concorso per il pensionato artistico di Roma, insieme con N. Fava, G. Pellizza e C. Saccaggi, venne ritenuto idoneo per lo svolgimento della prova incentrata sul tema Sansone prigioniero, e in un secondo momento si ritirò. Nel 1891 partecipò alla Triennale di Brera ottenendo, insieme con C. Follini e A. Rossi, una segnalazione da L. Chirtani nell’Illustrazione italiana.

Nel 1896 partecipò alla mostra “Festa dell’arte e dei fiori” di Firenze, esponendo il dipinto di quell’anno Un battesimo a Cogne(Torino, Galleria civica d’arte moderna e contemporanea). Il quadro venne riproposto l’anno seguente, insieme con Pensieri di madre e La bottega di Jean Truc a Cogne (entrambi del 1897 e di ubicazione ignota), alla LVI Esposizione di belle arti di Torino.

Nel Battesimo G. Cena (1897) ravvisò “un certo squilibrio nelle diverse parti […] e una certa durezza”, ma dichiarò anche che i difetti dell’opera costituivano la sua forza, rivelando nell’autore un “temperamento suscettibile di una educazione sempre più robusta e personale”. Il dipinto suggerirebbe l’avvenuta elaborazione da parte del G. “dell’animato dibattito artistico successivo alla prima Triennale milanese del 1891” (Bertone): Suona la messa grande di C. Pugliese Levi e Finita la messa (Zoldo Alto) di A. Tavernier (entrambi presso la Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino) rivelerebbero affinità con il dipinto del G. per le tematiche narrative e per la resa della piena luminosità solare (ibid.).

Nel 1898 il G. inviò alla LVII Promotrice torinese altri dipinti dedicati alla località di Cogne, tutti di ubicazione ignota, tra cuiAracne rustica (Cogne) riprodotto nel catalogo dell’esposizione, che testimoniano la sua vocazione per gli effetti di suggestiva luminosità, le descrizioni paesaggistiche di ampio respiro, memori di inquadrature fotografiche e realizzate senza rinunciare alla correttezza e alla meticolosità del disegno profondamente assimilate dall’insegnamento accademico: infatti, da Gamba e da Gastaldi, come dalla vicinanza del padre, egli derivò “mezzi raffinati e un poco attardati di linguaggio” (Galvano).

Nel 1903 partecipò alla Biennale internazionale di Venezia, rassegna alla quale prese parte ininterrottamente sino al 1926, mentre alla Promotrice torinese e alle mostre del Circolo degli artisti della stessa città continuò a esporre sino all’anno della morte. Nel 1905 Thovez evidenziò acutamente come la produzione del G. venisse caratterizzandosi per una moderata adesione a esigenze di rinnovamento, come testimoniato dal dipinto In attesa della processione, identificabile con Festa grande del 1905 (Udine, Museo civico), eseguito dal G. durante un soggiorno trascorso nel paese paterno, Cerano d’Intelvi (Como), rendendo protagonisti della scena molti abitanti della comunità ceranese dell’epoca (Spalla – Gandola).

Thovez (1905) nota come l’artista, “colpito da un contrasto violento di colori”, ne avesse fatto l’argomento del quadro dopo esser stato indotto a meditare sullo “smalto brillante di certe colorazioni ottenute da artisti stranieri” osservati alla Biennale veneziana del 1903. Ma aggiunge pure che l’autore aveva lavorato “senza alcun impiego di divisionismo”; in tal modo Thovez segna il confine tra la fedeltà dell’artista alla propria tradizione pittorica d’appartenenza e la non tentata adozione di un linguaggio divisionista, fermento e ricerca a lui contemporanei, appartenenti alla sperimentalità di altri artisti gravitanti nell’area lombardo-piemontese.

Nel 1901, in un articolo comparso nel Giornale d’arte, G. Cena aveva lodato il dipinto I casolari del Breuil (ubicazione ignota), definendo il pittore “sincero e forte paesista”, ma lo accusava poi di “disconoscere le sue qualità fondamentali” nel momento in cui non traeva più ispirazione dalla diretta osservazione dell’uomo e della natura e preferiva dedicarsi alla pittura di genere e alle scenette sentimentali. Il G., infatti, già dai primi anni del Novecento, divenne celebre e conquistò largo pubblico attraverso una estesa produzione di genere: “celebrazioni di cortili, chiostri e di manieri […] di biblioteche parrocchiali con libri, mobili, fiori finti, pendole settecentesche, oleografie ben incorniciate”, scrisse l’anonimo estensore di un articolo apparso nella Gazzetta di Venezia (17 dic. 1937). Poco apprezzata dalla critica più recente, come anche dagli estimatori suoi contemporanei come il Thovez (1911), tale linea illustrativa ebbe anche estimatori (M. Bernardi, per esempio) che apprezzarono la vena sentimentale autentica, lo spirito romantico e “gozzaniano” delle ricostruzioni di un piccolo mondo antico. Della produzione del G. fecero comunque parte anche esempi di una ritrattistica non esente da intense caratterizzazioni: è il caso di Mia madre del 1903 (Torino, Galleria civica d’arte moderna e contemporanea).

I primi acquisti di opere dell’artista da parte di istituzioni pubbliche, si orientarono proprio verso la pittura di genere neosettecentesco o verso le sue caratteristiche scenette sentimentali: in occasione degli acquisti fatti alla Promotrice del 1901 per la Galleria civica d’arte moderna torinese, venne scelto il quadro Farfalla bianca (1901); l’opera, raffigurante una danzatrice colta in un momento di riposo alla sbarra, risultò “assai poco significante” per Cena, che si era espresso in favore dei Casolari del Breuil. Il favore presso il pubblico fu inoltre sancito da acquisti da parte dei reali o di personaggi di spicco della società torinese: la regina Margherita nel 1906 acquistò il Mattino delle rose; nel 1919 Giovanni Agnelli, alla Promotrice torinese di quell’anno, comprò Anticamera: la casa del nonno, per il prezzo già ribassato, ma ancora davvero molto alto, di 8500 lire. Nel 1909 vi era stato inoltre l’acquisto di Nostalgia per le collezioni della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma; mentre il Museo Revoltella di Trieste era entrato in possesso di Ultima foglia del 1910, opera “solo formalmente vicina ai coevi modelli del Grosso” (San Martino); nel 1928 Pausa armoniosa venne acquistato alla Promotrice per le collezioni della Galleria civica d’arte moderna di Torino.

Giani, a coronamento di tali successi, divenne membro del Consiglio direttivo della Galleria civica diretta da E. Thovez, oltre che presidente della Società degli artisti torinesi. Morì a Torino il 14 dicembre del 1936.


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