Luigi Mosè Levi (Ulvi Liegi): la vita e le opere

Luigi Moisè Levi (Ulvi Liegi), figlio di Adolfo e di Clery Montalcino, nacque a Livorno l’11 ottobre 1858 in una facoltosa famiglia di origine ebraica.

Sostenuto e incoraggiato dai genitori Levi iniziò gli studi artistici con C. Markò jr. e L. Corsi, e li proseguì poi, a partire dai primi anni Ottanta, all’Accademia di belle arti di Firenze, dove frequentò le lezioni di G. Ciaranfi. Ma l’ambiente artistico fiorentino, dominato ancora dai macchiaioli, doveva influire, assai più degli insegnamenti accademici, peraltro presto interrotti, sulla formazione e sulle scelte stilistiche operate dal L. in questo suo primo decennio di attività pittorica. In particolare le assidue frequentazioni di T. Signorini prima, di G. Fattori, e di casa Tommasi poi – dove i fratelli Angiolo e Ludovico dipingevano sotto la guida di S. Lega – lo avrebbero condotto a preferire lo studio della natura dal vero e la pitturaen plein air. Le sue agiate condizioni economiche gli permisero inoltre di svolgere il ruolo di mecenate nei confronti degli artisti di cui apprezzava l’opera, primo fra tutti Fattori, organizzando mostre o anche acquistandone i dipinti.

La prima partecipazione del L. a un’esposizione collettiva avvenne nel 1882, quando presentò otto opere alla mostra della Società d’incoraggiamento delle belle arti a Firenze, firmate sin da allora con lo pseudonimo Ulvi Liegi, anagramma di Luigi Levi. L’esordio dell’artista, accolto da critiche lusinghiere, diede l’avvio a un’intensa attività espositiva in Italia e all’estero. Già a partire dagli anni Ottanta fu presente, tra le altre, alle annuali mostre della Società promotrice di belle arti a Firenze (1884, 1885, 1887) e a esposizioni nazionali a Torino (1884), a Venezia (1887) e a Bologna (1888). Nel 1886 il L. partecipò alla I Mostra d’arte livornese organizzata presso gli stabilimenti balneari Pancaldi da artisti e letterati, quali tra gli altri l’amico V.M. Corcos. In quello stesso anno compì il suo primo viaggio a Parigi, dove visitò l’VIII Mostra degli impressionisti, in cui esponeva anche F. Zandomeneghi, al quale il L. era stato indirizzato da Signorini. A questo viaggio fecero seguito, tra il 1888 e il 1889, soggiorni a Londra, dove partecipò alla I Esposizione italiana (1888) e a una mostra alla Slade School (1889), e nuovamente a Parigi, dove nel 1889 fu presente all’Esposizione universale con due dipinti – Dintorni di Firenze e La sera – oggi di difficile identificazione. I viaggi all’estero diedero inoltre modo al L. di aggiornare il proprio linguaggio pittorico entrando in diretto contatto con figure di spicco delle moderne tendenze dell’arte europea, frequentando, in Inghilterra, il gruppo preraffaellita e l’americano J.A. McNeill Whistler; in Francia, gli studi di E. Degas, C. Pissarro, C. Monet e A. Sisley; e, in un soggiorno a Monaco di Baviera, F. von Lenbach.

Le opere realizzate negli ultimi due decenni dell’Ottocento, pur rivelando ancora il debito stilistico nei confronti della lezione dei macchiaioli e la diretta conoscenza dell’arte impressionista e postimpressionista, mettono in evidenza come il L., artista colto e aristocratico, sia riuscito ben presto a elaborare un linguaggio pittorico personale e innovativo che lo ha portato a sviluppare una rara sensibilità per la resa degli effetti atmosferici e le vibrazioni luminose, dimostrando una particolare capacità nel giungere a una sintesi ottica, operata soprattutto attraverso una semplificazione formale e un sapiente uso del colore. La scelta tematica si articola per il L., sin dai suoi esordi, tra ritratti e paesaggi, con una netta predilezione per questi ultimi, elaborando spesso molteplici varianti dello stesso soggetto, visto da angolazioni prospettiche diverse, con condizioni di luce variate, o ancora da un punto di vista più o meno ravvicinato. Il ricorrere di uno stesso soggetto ha implicato inoltre una stretta analogia, se non un’assoluta identità di titolo, per opere diverse, rendendo talvolta difficile e incerta l’identificazione dei dipinti presentati alle molteplici mostre cui l’artista prese parte.

Tra le opere del tardo Ottocento che maggiormente denotano la singolarità del L. vanno certo annoverate Lo studio del pittore (1885: collezione privata, ripr. in I postmacchiaioli, p. 33), per il modo in cui la rappresentazione dell’interno è fissata con pennellate sfatte, inserendo gli oggetti in un’atmosfera rarefatta e vibrante, e La modellina (1889: Firenze, Galleria d’arte moderna). Mentre in opere quali Giorno d’inverno a San Gervasio (1886: collezione privata, ripr. in I postmacchiaioli, p. 34), si coglie ancora l’ascendenza macchiaiola, nella preziosità degli effetti di luce ottenuti attraverso l’accostamento di macchie di colori-luce e colori-ombra, con una prevalenza di quei toni grigi che hanno caratterizzato la produzione degli anni Ottanta, e nell’attenzione rivolta all’impianto strutturale dell’opera. Con gli anni Novanta la tavolozza va schiarendosi e diviene più evidente la personale acquisizione delle esperienze postimpressioniste, nello sfaldarsi della materia pittorica, nella maggiore evidenza assunta dalle pennellate, che arricchiscono la composizione di nuove vibrazioni luminose, come avviene in Vecchie bilance da pesca a Bocca d’Arno (1894: Roma, Galleria nazionale d’arte moderna). L’elegante figura della moglie dell’artista, Gilda Naim, conosciuta a Firenze nei primi anni Ottanta, ricorre inoltre sovente nelle opere di questo periodo, come Giardino in ottobre con la moglie del pittore del 1886 e Terrazza al Pian dei Giullari del 1894, entrambe in collezione privata (ripr. ibid., pp. 36, 40), o ancora La moglie del pittore nello studio (1887), anch’essa in collezione privata (ripr. in Matteucci, 1970, tav. VI).

A partire dal 1895, per circa un decennio, il L. risulta stabilmente residente a Firenze in una casa in periferia, nei pressi di S. Gervasio, dalla quale si spostava per dipingere sulle colline intorno alla città o, soprattutto in estate, sulla costa ligure dove soggiornava sovente a Pegli e a Nervi. L’artista continuò anche allora a mantenere i rapporti con gli ormai anziani pittori macchiaioli, come testimonia una delle pochissime incisioni realizzate dal L., un’acquaforte che ritrae Fattori nel suo studio nell’atto d’incidere (1898: Piacenza, Galleria d’arte moderna Ricci Oddi). In questi stessi anni il pittore iniziò inoltre i suoi viaggi nel Nord d’Italia, che lo portarono a frequentare zone di montagna o i dintorni del lago di Garda.

Gli anni fiorentini furono particolarmente prolifici e animati da forti istanze di rinnovamento: il L. concentrò sempre più la propria ricerca pittorica sulle potenzialità espressive del colore, trovando talvolta punti di tangenza con le coeve esperienze dei fauves, che risultarono ancor più evidenti nelle opere degli anni successivi. La ricerca di un linguaggio che permettesse di giungere a esiti formali e stilistici diversi da quelli della pittura naturalistica ottocentesca si inserisce pienamente nel clima culturale fiorentino di inizio secolo, al quale si deve ricondurre anche la mostra organizzata nel 1904 a palazzo Corsini, in contrapposizione alla Promotrice, da un gruppo di “secessionisti” cui il L. prese parte.

Nel 1906 i sempre più accesi dissidi familiari resero inevitabile la separazione dalla moglie, in parte forse imputabile anche al dissesto finanziario subito dalla famiglia del L. che smise, proprio in quegli anni, di inviare all’artista il contributo mensile che gli aveva permesso di perseguire liberamente i suoi interessi artistici. I mutamenti avvenuti nella sua esistenza, unitamente al suo carattere schivo e solitario, spinsero allora il L. a trasferirsi per circa un anno in Valsugana, nei pressi di Roncegno, dove ebbe modo, tra l’altro, di conoscere A. Soffici. Nelle opere di questo periodo proseguì la ricerca sull’uso espressivo del colore, come in Baite in Valsugana (1907: collezione privata, ripr. in Matteucci, 1970, tav. XIX), dalla cromia accesissima di gialli, rossi, aranci e verdi, resi con pennellate di colore puro, o in un altro quadro dallo stesso titolo e stessa datazione alla Galleria d’arte moderna di Firenze.

Lasciato il Trentino, si stabilì in via definitiva a Livorno, dove continuò a trasporre nelle sue opere paesaggi cittadini, visioni della costa toscana, dell’Ardenza, giungendo a una sempre maggiore semplificazione formale e affinando ulteriormente le sue capacità di colorista: nuove gamme cromatiche più calde e accese, dai contrasti talvolta esasperati, nuovi rapporti tonali si trovano ora nelle sue tele. Nascono qui opere quali Il pratone alle Cascine (1910), tutto giocato sui toni del verde;Bagnanti sulla spiaggia (1913), in cui le due figure femminili sono appena abbozzate e l’attenzione per i particolari è soppiantata dalla predominanza del colore; La spiaggia Borghesi al lido di Ardenza (1914), in cui i contorni divenuti più evidenti delineano forme di colore; e Oleandri in fiore (1918), dalla evidente cromia antinaturalistica (tutte queste opere sono in collezioni private e riprodotte ibid., tavv. XXV, XXVII s., XXXI).

Negli anni Venti e Trenta il L. continuò instancabilmente a dipingere, tornando su temi già più volte trattati, senza però la capacità di innovare il proprio linguaggio o la volontà di sperimentare che avevano caratterizzato la sua produzione precedente. Il dato coloristico assume, se possibile, una preminenza ancora maggiore, soppiantando a volte del tutto quello strutturale, come si vede in opere quali Scalo regio o I bastioni del granduca (1922: Livorno, Museo civico Giovanni Fattori), con cromie accese e talvolta esasperate; o Il glicine a villa Girardot (1923) alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, nella cui collezione figurano anche Le suore sulla spiaggia (1927) e Viale attraverso la pineta (1929). Scorci cittadini e vedute d’interno tornano ancora in opere note, quali Il mercato centrale (1924) e L’interno della sinagoga di Livorno (1935), entrambe al Museo civico G. Fattori di Livorno.

Il pittore proseguì in quegli stessi anni una intensa attività espositiva: nel 1918 tenne la sua prima mostra personale, voluta da Mario Galli nella propria galleria a Firenze. Fu presente a esposizioni nazionali quali, tra le altre, la Fiorentina primaverile (1922), la Biennale romana (1921, 1923, 1925) e la Biennale di Venezia (dal 1928 al 1936). Ma soprattutto partecipò alle esposizioni del Gruppo labronico, costituito a Livorno nel 1920, da alcuni degli artisti che erano soliti riunirsi nello storico caffè Bardi, frequentato anche dal Levi. Il pittore, pur non essendo tra i fondatori, fu nominato presidente del gruppo, e ricoprì questa carica non oltre il 1928, quando nel catalogo della mostra degli artisti labronici alla galleria Pesaro a Milano(dove il gruppo espose anche nel 1924, 1927, 1932) è indicato come vicepresidente, mentre presidente risulta essere P. Nomellini.

Levi morì a Livorno il 14 settembre 1939.

Nonostante avesse ormai conquistato una indiscutibile notorietà (sancita anche dalla critica), il L. concluse la propria esistenza in condizioni economiche assai precarie, attorniato solamente dalle opere e dagli oggetti d’arte che negli anni aveva collezionato in misura consistente, dai mobili in stile, ai libri rari, agli ex libris, ai dipinti dei macchiaioli, agli album di antichi biglietti da visita, alle cartelle di stampe giapponesi

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