Movimento dei macchiaioli. La corrente artistica toscana e i pittori del verismo

I Macchiaioli hanno rappresentato una forte porzione dell’arte pittorica dell’800: a metà secolo il verismo che aveva conquistato l’arte venne ancor di più esacerbato da questo gruppo di pittori italiani che pensarono, nel 1856, che contrasti molto forti di ombre e luci potessero accentuare la rappresentazione della realtà.

Il termine Macchiaioli deriva proprio dalla tecnica con la quale pittori come Giovanni Fattori, Cristiano Banti, Telemaco Signorini e Silvestro Lega approcciavano l’arte della pittura, con piccole e precise pennellate: macchie in grado di giocare al meglio con i colori, regalando un effetto ancora più reale sulla tela. Parliamo nello specifico di un movimento che nacque e si sviluppò, grazie all’incontro degli artisti, presso il famoso Caffè Michelangelo di Firenze e che dovette il suo nome al critico della Gazzetta del Popolo che nel 1862 scelse il termine Macchiaioli per definire ironicamente i partecipanti a questa corrente pittorica.

Il movimento dei Macchiaioli: i pittori che rinunciarono ai formalismi per abbracciare il “vero”

Si parla di un modo di intendere la pittura che libera da tutti i formalismi accademici per donare all’artista la possibilità di essere vero ed il suo lavoro rimanere attinente alla realtà. I teorici di questo movimento furono Diego Martelli ed Adriano Cecioni, i quali ne dettarono le regole principali e tra coloro che abbracciarono nelle loro opere questo nuovo stile compaiono anche Domenico Morelli e Saverio Altamura, due dei maggiori pittori veristi dell’800 nonché Odoardo Borrani, Giuseppe Abbati, Raffaello Sernesi, Vito D’Ancona e Vincenzo Cabianca, i quali contribuirono a rendere quello che può essere considerato l’adattamento italiano al rinnovamento artistico europeo grande e conosciuto.

Giovanni Boldini, Busto di ragazza seminuda, olio su tela, cm 60 x 49, collezione privata

Caffè Michelangelo ebbe un ruolo chiave nella definizione dello stile proprio per la capacità che ebbe di tenere in contatto ed in pieno fervore le aspirazioni artistiche dei suoi frequentatori, favorendo anche la messa a punto di strumenti in grado di aiutare gli artisti nella loro espressione: basti pensare allo specchio nero di Cristiano Banti. Fu infatti il maestro che, nel corso delle sue ricerche cromatiche, utilizzò questo particolare sistema per osservare meglio i contorni delle figure. Esso consisteva per l’appunto nel far riflettere su uno specchio nero (ottenuto attraverso l’annerimento con il fumo, N.d.R.) i paesaggi e le persone, così da coglierne meglio il chiaroscuro.

Il contrasto tra il bianco ed in nero, unito al rifiuto di linee decise stregò letteralmente gli artisti fiorentini che abbracciarono quindi con gioia il termine Macchiaioli, usato per la prima volta con intento dispregiativo dal critico della Gazzetta del Popolo ed al contrario ritenuto perfetto dai partecipanti al movimento.

Giovanni Fattori, nel folto gruppo di maestri, fu forse il più importante e tuttora considerato l’esponente di spicco della corrente nonostante il suo aderire al movimento avvenne in ritardo rispetto ad un teorico come Adriano Cecioni: egli infatti preferì rimanere attaccato allo stile romantico il più a lungo possibile, con molta probabilità perché più vicino in termini tecnici al suo attivismo politico.

I quadri presentati da artisti come Saverio Altamura e Odoardo Borrani, a prescindere dal soggetto, furono in grado di superare quello che era il vedutismo tradizionale della pittura italiana, puntando alla ricerca di ciò che non era sempre visibile come le periferie dimenticate ed i campi assolati, non rappresentati da coloro che amavano la bellezza grandiosa delle opere monumentali.

Non solo paesaggi: i ritratti da Silvestro Lega a Giovanni Boldini

I Macchiaioli non concentrarono però la loro attenzione solo sui paesaggi: esponenti come Silvestro Lega infatti dimostrarono come anche la ritrattistica, più o meno commissionata, potesse giovare di quelli che erano i dettami di questa tecnica che prediligeva la realtà di un paesaggio contadino (basti pensare ai dipinti di Telemaco Signorini, N.d.R.) ma non dimenticava assolutamente la forza che un ritratto ben eseguito potesse avere, soprattutto se inserito nel proprio contesto storico. Non bisogna infatti dimenticare che molti dei suoi esponenti vennero a contatto con i moti risorgimentali che diedero vita all’Italia moderna: fattore questo che influenzò e non poco la nascita di numerose opere, tra le quali figurano anche quelle di Giovanni Fattori.

Per la prima volta, con i Macchiaioli, venivano superati gli approcci “grandiosi” del tempo per puntare ad un’arte che non aveva bisogno di essere interpretata quanto di essere vissuta. Una via, quella intrapresa, che dava molta importanza alla figura femminile ed alla sua presenza all’interno delle composizioni.

Giovanni Boldini, Fanciulla che si specchia (Berthè), acquerello su carta, cm 24 x 17,2, collezione privata

Quel che è certo è che quello dei Macchiaioli non può essere definito un movimento chiuso: basti pensare alla commistione tra le diverse anime che occupavano Caffè Michelangelo. Uno degli incontri che più lasciarono il segno nelle vite di tutti i coinvolti fu quello tra gli esponenti dello stile e Giovanni Boldini, uno dei più grandi maestri della Belle Epoque che dai Macchiaioli apprese la tecnica e la adattò al suo stile personale, dando vita al contempo ad alcune delle più importanti amicizie “artistiche” mai esistite: è impossibile dimenticare i mesi di sperimentazione e letizia che Telemaco Signorini e Cristiano Banti, insieme al pittore ed agli altri esponenti del gruppo vissero nelle campagne nel corso di diverse estati.

Ognuno degli esponenti dei Macchiaioli interpretò il proprio stile in modo differente: nelle opere di Serafino De Tivoli e Vito D’Ancona ad esempio è visibile l’influenza degli anni passati a Parigi, mentre Vincenzo Cabianca e Raffaello Sernesi presentarono nel corso della loro carriera un attaccamento maggiore degli altri alla paesaggistica toscana. Quel che rimane innegabile è che ognuno di questi esponenti diede al movimento dei Macchiaioli non solo il lustro che meritava ma ne fu esponente serio e dedicato fino alla propria morte.

La storia e le opere di questi artisti sono oggi promosse e tutelate dal Museo Giovanni Boldini Macchiaioli di Pistoia che si occupa dell’archiviazione delle opere, rilasciando certificati di autenticità e expertise, oltre a acquistare dipinti per arricchire le proprie collezioni.

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Cesare Bartolena: la vita e le opere

gordigiani ritratto da bartolenaCesare Bartolena (Livorno, 27 maggio 1830 – Livorno, 14 maggio 1903) 

Fu allievo di E. Pollastrini nell’Accademia di Firenze. Il suo destino si intrecciò con gli eventi del Risorgimento italiano quando nel 1848 partì come volontario per la prima guerra d’indipendenza; tornato, riprese a dipingere, dedicandosi soprattutto al ritratto.Più tardi, intorno al 1859, cominciò a prediligere soggetti di vita militare.

Nuovamente a Firenze, frequentando il caffè Michelangelo, ritrovò degli artisti dell’epoca, strinse amicizia con G. Fattori, alla cui scuola mandò poi il nipote Giovanni. La sua pittura subì qualche influsso fattoriano, reperibile più che altro negli studi e nei bozzetti, poiché nei quadri di grande formato la sua educazione accademica, da cui aveva ereditato un disegno accurato e preciso, finì sempre col prevalere.

Dai suoi contatti con la pittura macchiaiola, mediati dal Fattori, derivò, forse, il suo interesse per la pittura di paese, che il B. poi non tralasciò mai, nonostante andasse via via dedicandosi sempre più ai soggetti militari, per i quali divenne molto popolare nell’Italia postrisorgimentale. Con essi partecipò a numerose esposizioni nazionali.

Nel 1872 inviò all’esposizione di Milano La partenza dei volontari livornesi per la guerra di Sicilia (Livorno, Museo civico “G. Fattori”), il suo quadro più noto, in cui si ritrovano già gli elementi costitutivi della maggior parte della sua produzione a soggetto militare, cioè una concezione descrittiva della scena, uso parsimonioso del colore e prevalenza delle tinte fredde.

Nel 1884 espose alla Società d’Incoraggiamento di Firenze Campo militare e Avanguardia, e all’esposizione di Belle Arti di Milano del 1886 La morte del generale Cosimo Del Fante, dipinto che ottenne un grande successo.

Più che scene di battaglie, egli preferì sempre rappresentare scene riguardanti la vita militare (Al campo, Soldati in marcia dalla manovra, La chiamata, La partenza del coscritto).

Tralasciò per qualche tempo la pittura per dedicarsi al lavoro di fotografo in un laboratorio aperto in società con l’amico A. Bernoud. In seguito, andando male gli affari, riprese a dipingere non disdegnando i soggetti sacri, e nel 1900 partecipò al concorso Alinari con una Madonna dei fiori.

Morì a Livorno il 14 maggio 1903, lasciando alcuni ritratti di patrioti livornesi e numerosi quadri, tra cui vanno menzionati La madre del soldato (1875), Bersaglieri nel bosco (1878), Agricoltura e Milizia, Sentinella, La cattiva notizia.


Opere selezionate: